Pearl Jam - RIOT ACT
2002, Sony

Riot Act è un album da guardare, partendo dall’inquietante copertina che sembra un avvertimento riguardo alle conseguenze di un esercizio del potere incontrollato - fino alle splendide foto del booklet che ritraggono i cinque in sala di registrazione.
E’ inoltre un album da leggere, in cui Vedder e compagni fanno emergere i propri pensieri sulla vita e la morte, ma anche l’amarezza e il malcontento per come sta andando il mondo oggi. Naturalmente è anche un ottimo album da ascoltare: anche se rispetto ai lavori precedenti ha toni più soft e più sommessi, è estremamente vario e ricco di raffinate sfumature. Insieme a brani di "classico grunge", infatti, contiene elementi folk ("Thumbing My Way"), tratti di hard rock anni ’80 ("You Are") e una breve traccia che ricalca un antico canto degli Indiani d’America.
In "Can’t Keep" Vedder canta la voglia di vivere e di fare, la consapevolezza che la vita è una sola e in "I Am Mine" aggiunge la volontà di essere totale padrone della propria vita.

Questo impulso può essere nato per reazione alla vista di tanti amici musicisti scomparsi negli ultimi anni, ma anche dalla tragedia che colpì i Pearl Jam durante l’esibizione al Festival di Roskilde due anni fa, quando nove ragazzi morirono schiacciati dalla folla che si accalcava verso il palco. A loro è dedicata "Love Boat Captain", uno splendido brano che musicalmente si inserisce nel loro stile di sempre mentre nelle parole richiama i Beatles citando All You Need Is Love. Odore di morte si respira anche nella cupa "Cropduster", che contiene un riferimento agli eventi che hanno sconvolto il mondo a partire dall’11 settembre: "papà se n’è andato in fiamme, ma non è un film o un libro che puoi chiudere quando la grande bugia colpisce i tuoi occhi". La grande bugia è quella che i potenti e i mass media si impegnano a raccontarci, ma non tutti sono disposti a credere. Non tutti credono al sogno americano, perché c’è anche un’altra realtà, di cui i Pearl Jam si fanno portavoce in questo album. La realtà di chi pensa che "la TV ci parla vendendoci cose di cui non abbiamo bisogno" ("Ghost"), quella di chi vede il Presidente Bush "non come un leader ma come membro di una setta di potere" che ripropone una vecchia storia ("Bushleaguer"), quella di chi, a differenza dei più, non ha la malattia dei soldi ("Green Disease", un pezzo con richiami di new wave). Qui Vedder canta: "non c’è niente di sbagliato in quello che dite, ma non fatemi credere che non ci sono strade migliori", anche se a volte sembra meglio credere alle bugie, perché sono più confortanti della realtà ("Help Help"). La speranza, però, ancora non muore, tanto che Vedder, nel blues "1/2 Full", lancia un appello: "c’è qualcuno che vuole salvare il mondo?".

di Stefania Montanari, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 62, gennaio 2003


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