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Pearl
Jam - RIOT ACT Riot
Act è un album da guardare, partendo dall’inquietante copertina
che sembra un avvertimento riguardo alle conseguenze di un esercizio
del potere incontrollato - fino alle splendide foto del booklet che
ritraggono i cinque in sala di registrazione. |
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Questo impulso può essere nato per reazione alla vista di tanti amici musicisti scomparsi negli ultimi anni, ma anche dalla tragedia che colpì i Pearl Jam durante l’esibizione al Festival di Roskilde due anni fa, quando nove ragazzi morirono schiacciati dalla folla che si accalcava verso il palco. A loro è dedicata "Love Boat Captain", uno splendido brano che musicalmente si inserisce nel loro stile di sempre mentre nelle parole richiama i Beatles citando All You Need Is Love. Odore di morte si respira anche nella cupa "Cropduster", che contiene un riferimento agli eventi che hanno sconvolto il mondo a partire dall’11 settembre: "papà se n’è andato in fiamme, ma non è un film o un libro che puoi chiudere quando la grande bugia colpisce i tuoi occhi". La grande bugia è quella che i potenti e i mass media si impegnano a raccontarci, ma non tutti sono disposti a credere. Non tutti credono al sogno americano, perché c’è anche un’altra realtà, di cui i Pearl Jam si fanno portavoce in questo album. La realtà di chi pensa che "la TV ci parla vendendoci cose di cui non abbiamo bisogno" ("Ghost"), quella di chi vede il Presidente Bush "non come un leader ma come membro di una setta di potere" che ripropone una vecchia storia ("Bushleaguer"), quella di chi, a differenza dei più, non ha la malattia dei soldi ("Green Disease", un pezzo con richiami di new wave). Qui Vedder canta: "non c’è niente di sbagliato in quello che dite, ma non fatemi credere che non ci sono strade migliori", anche se a volte sembra meglio credere alle bugie, perché sono più confortanti della realtà ("Help Help"). La speranza, però, ancora non muore, tanto che Vedder, nel blues "1/2 Full", lancia un appello: "c’è qualcuno che vuole salvare il mondo?". di Stefania Montanari, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 62, gennaio 2003 |
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