Pere Ubu - TERMINAL TOWER - An Archivial Collection
1985, Rough Trade

Innanzitutto una precisazione: se pur di "collection" trattasi, non si sta parlando certo di un "greatest hits" di canonico stampo, Terminal Tower infatti è una delle più complete raccolte in circolazione (ma i più pigri stiano tranqulli, ne esistono anche di più recenti in formato CD...) sulle prime, importantissime, testimonianze a 45 giri del gruppo; la sua inclusione in questa rubrica quindi altro non è se non un pretesto per parlare -soprattutto- dei primi tre singoli dei Pere Ubu -nell’ordine 30 Seconds Over Tokyo/Heart Of Darkness (9/75), Final Solution/Cloud 149 (3/76) e Street Waves/My Dark Age (10/76), tutti autoprodotti per la loro etichetta Hearthan- e per riassaporarne il gusto speziato: un sapore al quale, dopo 25 anni, molti di noi non hanno ancora fatto il palato...
I Pere Ubu nascono a Cleveland nel 1975 per iniziativa di due personaggi tanto diversi quanto funzionalmente complementari, il cantante David Thomas e il chitarrista Peter Laughner: prodigioso interprete della malattia, mastodontico individuo a metà strada fra malinconia e paranoia il primo, poeta e intelettuale lisergico attratto da teorie troppo grandi per un uomo solo il secondo, essi seppero creare per il breve periodo della loro "estate" (Laughner lascerà il complesso nel marzo del 1977 e morirà di overdose dopo poche settimane) un ponte perfetto fra le introverse astrazioni concettuali dell’uno e l’anima surreale dell’altro, generando, grazie anche a gregari di lusso quali - innanzitutto - il manipolatore pazzo del sinth e di decine di altre diavolerie elettroniche Allen Ravenstine, il chitarrista Tom Herman ed il bassista Tim Wright, una ideale colonna sonora dell’olocausto cui la nostra degradata civiltà urbana pareva loro irrimediabilmente destinata.

Prendiamo ad esempio quello che, più di ogni altro, è da considerarsi il manifesto del gruppo, il loro pezzo simbolo, e -per quanto difficile- cerchiamo di dargli la sua esatta connotazione storica, ovvero di spararlo nelle orecchie di un ascoltatore del 1975.
"30 Seconds Over Tokyo" racchiude nei suoi pochi minuti, sotto il profilo strumentale, vocale e -perchè no?- anche filmico, quanto di più prossimo all’idea di percezione dell’apocalisse sia mai stato messo su nastro: le dissonanze iniziali vicine al sapore di certe erbe floydiane, il magico incedere dell riff che sostiene la cadenza delle parti cantate intervallate da squarci strumentali di radice quasi psichedelica, le interferenze di segnali radio e le frequenti improvvisazioni rumoristiche, la voce che nel finale declama in maniera asettica quelle quattro parole del titolo, ripetendole all’infinito quasi fossero una sorta di conto alla rovescia: tutto contribuisce a creare nell’ascoltatore un senso claustrofobico di angoscia opprimente, di tragedia dietro l’angolo, in un clima generale da esaurimento nervoso che probabilmente non ha pari in forme analoghe di comunicazione. L’esperienza è catartica, il coinvolgimento totale: è impossibile sottrarsi agli effetti di questa tragedia annunciata fino al suo drammatico epilogo. Non avessero pubblicato altro che questo brano, i Pere Ubu sarebbero di diritto fra i grandi della musica rock.
Pur non puntando a vette così elevate, anche gli altri singoli -di bellezza gelida e disarmante- sono ascrivibili in questo contesto, costituendo una sorta di trittico dell’Apocalisse che avrebbe spianato, nel migliore dei modi, la strada al primo album del gruppo, The Modern Dance del 1978, uno dei massimi capolavori dell’epoca.
Buy me a ticket to a sonic reduction/guitars gotta sound like a nuclear destruction
Seems i’m a victim of a natural selection/meet me at another slide, another direction
Don’t need a cure: need a final solution

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 47, luglio 2000


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