Pink Floyd - THE PIPER AT THE GATES OF DAWN
1967, Columbia

Una stanza psichedelica dalle molteplici porte ma, dal punto di vista strettamente musicale, un capolavoro che col tempo rinnova una freschezza e una modernità che ha pochi eguali: si contano ancora centinaia di dischi o band che, annualmente, ripropongono nella sostanza lo spirito del disco di debutto dei Pink Floyd. Intanto occorre ricordare che in formazione e pienamente attiva, operava la mente visionaria di Syd Barrett, leader indiscusso e genio incompreso (in primis da se stesso), capace di tramandarsi con la propria arte e rimanere, ancora oggi, tra quei pochi musicisti veramente di culto, quelli che usiamo di tanto in tanto per sancire riferimenti di sonorità e songwriting. Quindi un innovativo. E questo disco viene considerato il capolavoro di Barrett, con intensità che non ha mai raggiunto nella carriera solista, cominciata dopo l’allontanamento dai Pink Floyd.
Il titolo dell’album fa riferimento a un romanzo per bambini (Il Vento Tra I Salici di Kenneth Grahame) ed è effettivamente fortemente caratterizzato dall’aspetto favolistico e misterioso che abita l’universo di confine dell’infanzia perduta, e da alcuni personaggi che popolano le canzoni, provenienti dalla mitologia o dalla fantasia fiabesca.

Alcuni di questi sono rimasti decisamente immortali: in "Astronomy Domine" che apre l’album con tutto il suo carico di sinistra obliquità, fra la vegetazione marina, fanno capolino Jupiter e Saturn Oberon Miranda; nella successiva "Lucifer Sam" (il nome del gatto siamese di Barrett) viene evocata la strega Jennifer Gentle (vedi alla voce nuovo rock psichedelico italiano), una trasfigurazione della ragazza di Syd; poi lo gnomo Grimble Gromble e riferimenti all’astrologia cinese...insomma sembra quasi di stare in un disco dei primi Genesis o in una favola dei boschi di William Butler Yeats.
Ovviamente è la musica, anzi direi il suo effetto psichedelico, narcotico, destabilizzante (e non è solo una enfasi descrittiva, basta ascoltare la parte conclusiva della mitica "Interstellar Overdrive" per avere l’impressione di barcollare), a marcare a fuoco il disco: siamo nel 1967 e grossi cambiamenti aleggiano ovunque. I Pink Floyd circondano l’album con alcuni singoli stratosferici e innovativi (Arnold Layne, Point Me At The Sky) creandosi subito un alone di culto. A differenza della psichedelia proveniente dall’altra parte dell’oceano, piena di contenuti politici e sociali (pensiamo al "flowers power" luminescente di San Francisco, agli hippye, ai Doors che si rifacevano alle "Porte della percezione" di Huxley, capolavoro di letteratura psichedelica, al culto dell’acido, al successivo Easy Rider; pensiamo alla psichedelia westcoastiana dei Grateful Dead, alle trasgressive scomposizioni sociali di David Crosby...), il sapore britannico della "nube della non conoscenza", è particolarmente cosmico e introspettivo, favolistico e quasi del tutto privo di agganci con messaggi culturali al di fuori della musica in senso stretto. Medesime visioni caleidoscopico, ma molto meno a effetto, per i Beatles di Sergent Pepper (disco uscito nello stesso anno), per i Soft Machine, ma qui ci vorrebbe un articolone per citarli tutti. Forse è anche per questo motivo, per questo approccio "sociale" che la psichedelia americana si è successivamente dispersa in mille rivoli, mentre l’interpretazione inglese, più introspettiva, ha mantenuto costantemente nel tempo la medesima matrice nell’ossessione di scandagliare le profondità spaziali dell’animo umano. Ma è anche vero che la psichedelia americana ha saputo meglio restare e con-fondersi (fondersi con) altri generi musicali più fruibili, mentre l’aspetto psichedelico della new wave britannica degli anni ottanta, per quanto efficace, è rimasto ostico ai più. Una efficace ripresa c’è stata nel pop, attraverso l’esperienza shoegazer (compresi i My Bloody Valentine) o l’evoluzione di gruppi come i Main, i Loop e gli Spacemen 3. L’unico, ovvio, legame comune, è quello del massiccio ricorso al LSD, tramite di visioni percettive fra mente e musica.
Quasi tutte appannaggio della voce di Barrett e di quella di Wright (Roger Waters canta con Syd la sola sua "Take Up Thy Stethescope And Walk"), le canzoni di questo album si caratterizzano anche per efficaci soluzioni a effetto, come l’utilizzo da parte di Barrett della pedaliera wah e del Binson Echorec (un produttore di riverberi); le tastiere vengono utilizzate da Wright per ricamare partiture marginali e per creare riff orientaleggianti, forse per imprimere un maggior effetto psichedelico di insieme, al di là delle chitarre. Alcuni testi richiamano esplicitamente l’immaginario adolescenziale barrettiano e la vita infantile viziata da una madre troppo incombente (Mathilda’s Mother, Flaming), precoce avvertimento di quella dissociazione da se stesso che lo accompagnerà da qualche anno in poi in un mondo schizofrenico e maniacale di autoemarginazione (e non ci consolerà mai il fatto che sia, nel contempo, diventato una specie di mito). Ma sono aspetti abilmente mascherate in liriche semplici e giocose, come quelle che ascoltiamo nell’eterea "The Gnome", dove vengono utilizzate tastiere piuttosto inusuali per una rock band. Uno spirito di forte coesione aleggia in tutto il lavoro, segno che la leadership di Barrett era comunque uno stimolo positivo, niente a che vedere col seguito della storia dei Pink Floyd, funestata dalle schermaglie tra l’inarrivabile Waters, in eccesso di creatività, e il più ruffiano Gilmour (sostituto di Barrett), nonchè nell’utilizzo di un Wright divenuto ormai fantoccio di se stesso, ma questa è un’altra storia. Una coesione che si sente fortissima nel capolavoro del disco, "Interstellar Overdrive", con un prezioso lavoro sul suono (merito anche del produttore Norman "Hurricane" Smith, già famoso per aver lavorato con i Beatles) che è un vero e proprio invito, esplicitato anche nelle parole della conclusiva "Bike", a "immergersi in una stanza piena di suoni".
Un invito che giriamo volentieri, concludendo con alcune note che non fanno mai male: l’album raggiunse il sesto posto nelle classifiche inglesi, mentre negli stati Uniti non superò il 131° posto; anche il primo singolo, che però comprendeva "See Emily Play", non facete parte della scaletta dell’album, non andò oltre il 134° posto delle Billboard charts. La prima versione rimasterizzata in CD risale al 1994: il packaging di quella versione (con testi completi e foto inedite) venne elaborato da Storm Thorgerson, componente dei mitici Hipgnosis (vedi alla voce artwork degli album dei Floyd). Buon ri-ascolto. PS: sono riuscito a non usare mai la parola lisergico, era la mia piccola sfida.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n.60, settembre 2002



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