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Placebo
- SLEEPING WITH GHOSTS
2003,
Virgin/Hut
Prima dell’uscita
del disco, il singolo "The Bitter End", un concentrato di
furia punk-rock piena di amarezza, faceva immaginare un album dal suono
grezzo, sporco, magari senza tante sovrastrutture. Invece è il
lavoro più elettronico che i Placebo abbiano mai fatto. Ma è
anche il loro album più rock’n’roll e ciò è il
risultato della fusione dell’anima rock-chitarristica dei Placebo e
di quella avanguardistica ed elettronica del produttore Jim Abbiss.
Dormire con i fantasmi, per Brian Molko, significa confrontarsi con
il proprio passato che riaffiora, considerare le proprie esperienze
alla luce di nuove consapevolezze. Segno di una maggiore maturità
sulla quale probabilmente ha influito anche il fatto che questo album
è nato dopo la prima pausa dal lavoro in sette anni, che hanno
fatto sentire la mancanza della vita vera e più semplice e dell’incontro
con gente comune.
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L’inizio è
aggressivo, con una tirata punk strumentale (Bulletproof Cupid), mentre
in chiusura c’è un dolcissimo lento (Centrefolds) in cui poche
note di piano trattengono la tensione e poi stemperano la malinconia
come in un abbraccio liberatorio. In mezzo troviamo brani rock con chitarre
potenti in primo piano, che servono a contrastare il predominio delle
tastiere e della sezione ritmica, novità rispetto ai tre album
precedenti. Tra di esse, "This Picture", che con la sua base
new wave ricorda molto "You Don’t Care About Us"; "Second
Sight", molto ballabile, ma anche un po’ banale, "Plasticine",
che assale e travolge subito con le sue chitarre taglienti e una voce
cristallina.
Scarseggiano invece, soprattutto per intensità, quei brani pieni
di malinconia e melodrammaticità dal cantato straziante come
era "Without You I’m Nothing". Spicca tra queste "I’ll
Be Yours" per le chitarre e le percussioni particolarmente ipnotiche
che raccontano di un amore morboso.
Ci sono poi, in ogni disco dei Placebo, canzoni che stonano con il resto,
canzoni ossessive, che forse rimangono dentro proprio perché
disturbano. Lo era, ad esempio, "Taste In Men"; lo sono, qui,
la paranoia martellante di "English Summer Rain" e "Protect
Me From What I Want", canzone esorcizzante che sembra alludere
alle trappole e le illusioni del successo. La vera novità dell’album
è però "Something Rotten": mai così elettronici,
mai così psichedelici e inquietanti; tastiere stonate, voce filtrata
e sommessa, una discesa nelle profondità oscure dell’animo umano.
Contiene però fin troppi strumenti sovrapposti, che alla lunga
possono infastidire.
Nonostante le marcate influenze musicali (punk, new wave, The Cure,
The Smiths...), è sempre forte anche l’intenzione di ampliare
i propri orizzonti e sperimentare. Gli arrangiamenti sono molto curati
e i brani rivelano qualche raffinatezza inaspettata ad ogni ascolto.
Non bisogna però aspettarsi qualcosa di particolarmente innovativo,
ma per quelli che, come me, hanno trovato nel Placebo-style una valida
rappresentazione di sé e desiderano continuare a nutrirsi di
quel suono e di quella voce inconfondibile, l’appagamento è assicurato.
Per il "grande salto" bisognerà attendere ancora.
Stefania
Montanari
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