Primal Scream - EVIL HEAT
2002, Columbia

Quello che i Rolling Stones non riescono più a fare né a essere (per la verità da circa una ventina d’anni), cioè l’urlo primordiale di un rock and roll capace di rinnovarsi e proseguire il suo viaggio, lo sanno fare benissimo i Primal Scream, che le hanno abitate bene le stanze del rock più quadrato e pregno di blues (perfino di godspel), ma le hanno anche sapute dipingere ogni volta di fresco con i migliori mezzi oggi a disposizione, compresa anche (l’impatto direbbe il contrario) una buona dose di senso della misura. I migliori mezzi oggi a disposizione si chiamano psichedelia (come sempre) ed elettronica. I migliori mezzi oggi a disposizione si chiamano Kevin Shields (My Bloody Valentine) e Andrew Weatherall (Two Lone Swordsman).
Cosicché, messo a posto al meglio l’involucro sonoro, Bobbie Gillespie e la sua cricca non hanno dovuto fare altro che scrivere le canzoni più credibili per presentarsi al cospetto del rock e ricevere nuovamente la benedizione del diavolo. Piaccia o no, questo è un disco di rock and roll moderno, dove si sente e si respira la sua storia lunga cinquant’anni.

E come è accaduto spesso in passato, con "Screamadelica", "Vanishing Point" e "Xtrmntr", anche "Evil Heat" è diventato giustamente, molto rapidamente, un piccolo classico. L’apertura con "Deep Hit Of Morning Sun" è l’apoteosi della psichedelia con la mano del suo "guru" Shields che (un giorno ci dirà come diavolo fa) annega le chitarre nel proprio urlo, rendendole ipnotiche (e stavolta senza farle girare al contrario) e stupefacenti (nel suo duplice significato). "Miss Lucifer" è la riuscita collisione tra Kraftwerk, Autechre e Mick Jagger, così come "Autobahn 66" è uno sguardo gettato al rock dalla terrazza Warp/Morr. "Detroit" scarica rabbia pop wave, nera e diabolica, mentre la successiva "Rise" mostra, dal buco della serratura, i Velvet Underground vestiti con lustrini e paillettes, fino alla loro definitiva deflagrazione. In "Lord Is My Shotgun", sorta di delta psicoacido con echi di John Lennon, ci viene detto che la tagliente armonica è sospinta dal prezioso alito di Robert Plant.
New Order e Bloody Valentine, colti in una feroce fornicazione nella successiva "City" (la chitarra è quella di Kevin), con brividi stonesiani virati punk. Neanche una cover di Hazlewood (Some Velvet Morning) riesce a far tirare il fiato, avvolta com’è in un’inquietudine sexy dall’anima malata, con l’incubo della vocina maliziosa di Kate Moss a disegnare nell’aria i fantasmi di Anita Lane. Ancora Stones, nascosti fra i tamburi lanciati in avanti e le chitarre da paura, in "Skull X" e ancora cambio di rotta nella successiva "A Scanner Darkly" che è un capolavoro di elettronica strumentale calata nelle viscere del rock, da ascoltare e riascoltare mille volte con le cuffie che esplodono (al momento è il pezzo che più mi rivela l’attuale grandezza di questo gruppo). "Space Blues # 2" chiude alla grande un grande disco, con la voce tesa di Martin Duffy che si spegne all’improvviso, come i lampioni sulle strade dei ricordi, nelle notti della nostra inquieta adolescenza. Se esistono dischi che è un piacere recensire oltre che ascoltare, "Evil Heat" è sicuramente uno di questi.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n.61, novembre 2002


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