Paul Simon - GRACELAND
1986, Warner Bros Records

Piomba come un fulmine a ciel sereno sorprendente ed inaspettato ed il lineare cammino artistico a tinte pastello di Paul Simon si riempie di suoni, luci e colori forti. Colori del Sud Africa, cui Paul si rivolge in modo originale, sincero, aperto e, in netto contrasto con le direttive di boicottaggio ONU, ingaggia musicisti locali in un rispettoso scambio di stati d’animo da cui scaturiscono atteggiamenti, spesso anche ironici e distaccati, ma che contribuiscono non poco a portare alla ribalta di un palcoscenico le problematiche apartheid, arrivate ormai all’apice della tensione socio-politica.
Il risultato è strabiliante per la vena creativa di Simon, mentre la connotazione politica viene poi relegata all’esclusione del Sud Africa da parte degli artisti nel successivo, splendido e fortunato tour che peraltro ha sostato parecchio e con enorme successo nei paesi confinanti. Tour che è giunto anche da noi nel febbraio del 1987 (Palatrussardi gremito): un vero caleidoscopio festoso con lo stralunato Paul a fare da cerimoniere, goffamente a proprio agio fra le coreografie piene di ritmo e movimento.

Un concerto straordinario, con largo spazio ad artisti strepitosi, alcuni noti solamente in qualche angolo del continente, altri come Hugo Masakela e Myryam Makeba celebri un po’ ovunque; una serata oltretutto depurata da qualsiasi afflato nostalgico o autoindulgente (Paul concede solamente nei bis una svogliata "The Boxer" alle terrificanti insistenze dei fans italiani che peraltro non avevano avuto molte occasioni per vederlo precedentemente suonare dal vivo). "Graceland" è un disco che per certi versi testimonia il coraggio di cimentarsi, di mettersi in sintonia con culture diverse rispettandone la sostanza e la freschezza comunicativa e per una volta il risultato è stato premiato da un enorme successo commerciale (perfino un prevedibile Grammy). Le canzoni del disco sono quasi tutte memorabili, a volte oblique e scoordinate, con la voce felpatissima di Paul fagocitata da timbri tribali, da strumenti pulsanti e da ritmiche pestate che contribuiscono ad esaltarne la peculiarità.
Il vero tocco magico è però dato dal riuscitissimo amalgama di artisti americani e africani (il disco è suonato da Dio!) che si fanno scorrere a vicenda sangue e amore per la musica nera: accanto ai coloratissimi e sconosciuti Ladysmith Black Mambazo (poi messi sotto contratto da Simon), artefici coreografici e vocali delle indimenticabili "Diamonds On The Soles Of Her Shoes" e "Homeless", ci troviamo i Los Lobos in "All Around The World…" (i "lupi" minacciarono successivamente di intentare una causa per una controversa questione circa la loro esclusione dai credits come co-autori); troviamo Steve Gadd, Adrian Belew, ma anche gli Everly Brothers, Youssou N’Dour e lo splendido cameo cristallino di Linda Ronstadt nel controcanto di "Under African Skies". Bisognerebbe soffermarsi anche sui testi, pieni di apparenti frivolezze, di storielle esemplificative, ma non c’è spazio; su tutte invece, la title track è una bellissima marcia onirica verso cui far confluire il peregrinare delle nostre speranze, dei nostri sogni, musicali e non. Si va’ a Graceland proprio come qualcuno desidera andare a Lourdes ed è significativo che, una volta tanto, sono i negri che hanno inventato il blues ad "accompagnare" un bianco, americano, in questo viaggio a ritroso verso il tempio del rock and roll.

Pier Angelo Cantù


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