Rain Parade - EMERGENCY THIRD RAIL POWER TRIP
1983, Enigma

Quando, nei primi anni ottanta, il punk californiano stava incominciando a degenerare verso forme più estremizzate di hardcore, un insieme di giovani con la passione comune per la musica degli anni sessanta, stanco di giubbotti di pelle nera, tatuaggi e teste rasate riscoprì l’amore per i colori, per i capelli al vento, per le corde pizzicate, cercando in direzione contraria quelle risposte che il furore nichilista imperante nelle sette note non era riuscito a edificare dalle macerie del presente.
Il revival neopsichedelico californiano della prima metà degli anni ottanta, passato alla storia come Paisley Underground da una azzeccata definizione di Mike Quercio dei Three O’ Clock, visse la sua stagione più intensa nel biennio 1983/84 per poi imboccare, con altrettanta rapidità, la propria ineluttabile parabola discendente. Fra i quattro/cinque jolly del mazzo (citeremo fra i prodotti a denominazione di origine controllata, per dovere di completezza, almeno "The Medicine Show" dei Dream Syndicate, "Drifters" dei True West, "Sixteen Tambourines" dei Three O’ Clock,"Gravity Talks" dei Green On Red) un gradino sul podio - a detta di molti il più alto - spetta sicuramente a questo fantastico esordio dei Rain Parade.

Formatisi nel 1981 intorno alle figure dei fratelli David e Steven Robach, i Rain Parade pubblicano il loro primo singolo nel 1982 giungendo l’anno successivo, con dodici mesi di anticipo rispetto all’apogeo del movimento Paisley, al debutto sulla lunga distanza. "Emergency Third Rail Power Trip" è un fantastico caleidoscopio di suoni e armonie saldamente legati alla tradizione californiana dei sixties ed alla psichedelia della Swinging London, caratterizati -retaggio indissolubile del primo punk- da un gusto naif e da una spartanità di fondo che, lungi dal rattrappirla, ne accrescono la vivida magia. Le atmosfere sognanti e rarefatte, spesso arricchite dall’inconfondibile sapore delle più pregiate spezie d’Oriente, sono superbamente diluite nelle dieci canzoni che compongono l’album attraverso gli echi byrdsiani delle ballate elettriche impreziosite da magici arabeschi di chitarra o sapienti pennellate di organo ("Talking In My Sleep", "This Can’t Be Today", "What She’s Done To Your Mind", "Look At Merri", a tutti gli effetti dei piccoli classici), mentre -indissolubile- aleggia la barrettiana presenza ("Carolyn’s Song", che nessuno si scandalizzerebbe di scoprire outtake da uno dei dischi solisti del Nostro) o l’impeto di un certo garage che avrebbe di li a poco vissuto una nuova età dell’oro ("Look Both Ways").
La magia non si sarebbe, ahimè, perpetrata all’infinito: i fratellini Robach avrebbero presto incominciato a litigare ed il buon David, dimostrando una condivisibile predilezione per la compagnia femminile, avrebbe di li a poco formato i Clay Allison/Opal con la superba Kendra Smith e, in seguito, i Mazzy Star con la splendida Hope Sandoval -ed è storia che continua ai nostri giorni- mantenendo una invidiabile coesione con il modello creativo originale. I nostri, invece, ormai saldamente in mano a Steven, avrebbero fatto in tempo a pubblicare un altro capolavoro ("Explosions In The Glass Palace" Enigma 1984) prima di imboccare il viale del tramonto.
Se riuscite a strappare una tregua ai ritmi frenetici ed ai rumori assordanti del vostro calvario quotidiano regalate un istante a queste canzoni: probabilmente non sarà l’attimo che riuscirà a cambiare la vostra vita, ma al giorno d’oggi la visione di un arcobaleno è cosa sempre più rara e sfuggente...

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 48, settembre 2000


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