Ramones - RAMONES
1976, Sire

Quel loro "hey ho let’s go" avrebbe cambiato per sempre la storia del rock. Lo so che può sembrare una frase fatta, lo so che è stata ripetuta a sproposito in centinaia di altre occasioni per altrettanti artisti diversi, ma, vi assicuro, questo è uno di quei due o tre casi in cui è davvero così: provate del resto a confrontare questo stacco con l’intro di "Shine On You Crazy Diamond" e pensate che i due dischi sono usciti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro.
Quella foto di copertina che ritrae i quattro pseudo fratellini in tutto il loro grezzo splendore contro una parete sul retro del CBGB’s è diventata una delle icone più sacre della rivoluzione punk. Provate ad accostarle una qualsiasi delle foto del gruppo, fino ad arrivare alle più recenti: sarà per il look sempre uguale, sarà per quelle strane acconciature che nascondono buona parte dei tratti del viso, ma vent’anni non sembrano affatto passati. Parevano sempre gli stessi i quattro fratellini terribili (e poco importa se durante il tragitto qualcuno si è perso per strada ed è stato rimpiazzato senza troppi complimenti), pareva avessero stretto un patto con il demonio in cambio dell’eterna giovinezza, già, sembrava proprio così fino a quando un brutto pomeriggio, di ritorno da uno svogliato ponte pasquale, un laconico annuncio in fondo ad un giornale radio ti risveglia improvvisamente dal torpore di una scontatissima fila a passo d’uomo e ti riporta duramente alla realtà:

Joey Ramone ha perso la sua battaglia decisiva contro la solita bastarda malattia e ci ha lasciati all’alba del suo cinquantesimo compleanno. Quello spilungone dalle gambe magrissime, con gli inevitabili jeans strappati alle ginocchia, con l’eterno giubbotto di pelle e gli occhialini tondi sotto quella cascata di capelli corvini, era molto di più della voce dei Ramones: era fra i simboli di un’epoca e, come tutti i vessilli più autentici -onore che spetta davvero a pochi- non aveva certo bisogno di uno stratagemma del genere per assurgere a quell’eternità che la storia gli aveva già da tempo decretato. Bhè, vi sarete già accorti che queste poche righe vogliono essere più che altro un ricordo ed un omaggio alla memoria di Joey e spero mi perdonerete se sto cercando di farle entrare dalla porta di servizio in una rubrica che dovrebbe avere diversi intenti ma che altro si può dire di questo fulminante esordio dei Ramones senza correre il rischio di sprofondare nelle solite banalità? Che altro si può dire che non sia già stato detto? Praticamente nulla. Dimostrarono al mondo che chiunque poteva imbracciare una chitarra con le loro canzoncine di due minuti costruite sui soliti tre accordi rubati alla tradizione del rock’n’roll, ed i ragazzi, annaspanti in oceani di suoni e cascate di virtuosismi, in fondo non aspettavano altro.
Riportarono la musica nelle cantine, nei solai, nelle camerette dei teen-agers che con una chitarra ed un amplificatore scoprivano che non era poi così difficile seguire le orme dei propri eroi: la rivoluzione del punk è tutta qui e il resto, borchie, spille, catene, creste e lamette varie, sono solo cazzate. La rivoluzione è tutta qui e partì proprio da loro, da quello sfacciato recupero del surf, del rockabilly, del beat, rivestito da melodie facili e accattivanti, da ritornelli semplici, da testi demenziali e prettamente adolescenziali, con un aumento prodigioso della velocità e qualche tonnellata di elettricità in più. Fecero bandiera della loro stupidità, della loro semplicità, della loro diversità per sottolineare la loro estraneità al grande circo del rock, ma ne divennero in breve una delle attrazioni principali e ne cambiarono per sempre le prospettive.
Un giochetto tanto facile e coinvolgente da stregare perfino un tipo come Malcom Mc Laren, in visita a New York per respirare un po’ della nuova aria che inesorabilmente vi soffiava, e spingere questo novello dottor Frankenstein ad esportarlo in Inghilterra per impiantarlo in toto alla propria creatura: i Sex Pistols dimostrarono subito di averlo imparato alla perfezione e, in breve, appiccarono il fuoco redentore per tutto il vecchio continente. Avrebbero continuato altri vent’anni a riscrivere la stessa canzone i Ramones, ma nessuno si è mai sognato di chiedere loro qualcosa di diverso; i risultati non sempre sarebbero stati all’altezza di questo debutto al fulmicotone (fondamentali i primi cinque albums, fino al doppio "It’s Alive"), ma nessun disco potrà davvero deludervi.
Joey Ramone avrebbe compiuto cinquant’anni il 17 maggio e Charlotte, la mamma, gli aveva promesso una festa in grande stile, fosse pure nella desolata corsia di un ospedale: un destino cinico e beffardo lo ha rapito poche settimane prima di quella fatidica data, mentre la sua anima già stava fluttuando da qualche minuto sulle dolci note di "In A Little While" degli U2, ma la festa di compleanno è stata comunque confermata. Lo spirito ribelle dell’eterna giovinezza rivive nel suo ricordo e nei solchi di questo fantastico album, e, almeno da qui, nessuno lo potrà mai estirpare: fatene vostra ogni goccia e cercate di assaporarne il sapore dolceamaro più a lungo che potete.

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 53, luglio 2001


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