Shawn Amos - HARLEM
Unbreakable Records

Bob Dylan nero o Marvin Gaye bianco è il provocatorio dilemma artistico/esistenziale di Shawn Amos, songwriter ma anche di più, di nascita newyorchese ma losangelino adottivo. Né l’uno né l’altro ovviamente, ma quanto basta per incuriosire.
Già perché il colore della pelle di Shawn è il nero, mentre la musica che butta in questo Harlem è inequivocabilmente bianca, un distillato di american music con tanto di banjo e mandolini. Se state pensando ad una ennesima reinvenzione più o meno alternativa della gloriosa country music, siete fuori rotta. Banjo e mandolini infatti si insinuano, talvolta con responsabilità leggermente stranite rispetto alle usuali competenze, in un tessuto che incorpora le trame grosse dell’american rock, e quelle più sottili del folk-rock.

Harlem si gioca nella sovrapposizione, spesso anche provocatoria (dev’essere un vezzo del simpatico Shawn), di pezzi di tradizione Americana (inteso come format), tra elettrico ed acustico, tra bianco e nero. Basterebbe la rilettura di Southern Man a giustificare un ascolto di questo dischetto: preceduta e disturbata da uno sgangherato coraccio da chain gang, la gloriosa pagina di Young si dipana ironica e sfottente, pur accogliendo, rispettosamente, l’acido lamento della chitarra di Poncho Sampedro, che bolla la versione tra quelle sicuramente doc. Terzo album di Amos, Harlem ospita anche una bella schiera di compadres ad infoltire la band dell’autore, ironicamente chiamata Uncle Tom, come Mark Olson (ex Jayhawks, ora Original Harmony Creekdeppers) o Roger Len Smith (visto spesso dalle nostri parti, da solo o con la Phil Cody Band).Oltre che songwriter, Amos è anche produttore discografico per la Rhino ed ha recentemente curato Rhapsodies In Black, un interessantissimo box in 4 cd sul Rinascimento, poetico, politico e musicale, di Harlem (ovviamente).

Mauro Eufrosini


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