Stardog - MANANA YOU'LL SEE...
2002, autoprodotto

Questo è uno di quei dischi (pochi, ultimamente) che mi hanno colpito al primo ascolto. Sarà per le influenze musicali, tra cui si annoverano artisti che sono tra i miei preferiti in assoluto, sarà per il periodo felice in cui ho iniziato l'ascolto dell'album, sarà certamente anche perché si tratta di un lavoro maturo e altamente qualitativo, che mi è suonato familiare ma mi ha anche dato qualcosa di nuovo (e l'opinione non è cambiata neanche quando l'ho ascoltato in un periodo infelice).
Gli Stardog, nonostante il loro sound molto americano, dal rock delle radici al grunge, dalla calda terra di confine col Messico ai cieli temporaleschi delle città del nord, vengono dalla Lombardia e probabilmente non erano sulle scene quando Bob Dylan o Neil Young erano all'apice del loro successo, forse nemmeno quando i Pearl Jam o Mark Lanegan iniziarono la loro carriera, essendosi costituiti nel 2001 dopo vari anni di esperienze musicali in altre band, ma sono riusciti egregiamente nel non facile intento di riprendere vecchie sonorità e rivisitarle aggiungendo qualcosa di personale senza cadere in banali imitazioni.
L'atmosfera iniziale, ispirata già dalle prime note di "Shiny Days", è quella della scena musicale di Seattle del decennio scorso, un suono subito denso e coinvolgente, un'atmosfera sospesa e tesa tra le corde della chitarra che, da sola, accompagna la lirica. L'ambientazione si dissolve poi nel calore e nell'energia sprigionati dalla successiva "Way Of The Hobo", che rimanda invece alla tradizione country-folk rock e qui appaiono più evidenti le influenze di Dylan e Neil Young, le cui ombre ritorneranno spesso tra le tracce di questo album, soprattutto in altri scenari da far west, altre passeggiate a cavallo tra le praterie americane, o forse fughe, quali sono "Don't Shoot On Me" o "Sam Peckinpah". Una nota particolare merita quest'ultima, che, già dal titolo, fa capire in quale contesto si colloca e, proseguendo con l'ascolto, non lascia dubbi: questo è il Dylan delle storie dal sapore messicano, storie di fuorilegge a cavallo, di orizzonti sconfinati arsi dal sole, in cui non c'è solo l'eco di Pat Garret & Billy The Kid, ma anche di "Romance in Durango".
Da ricordare tra i brani migliori anche "Don't Forget Me", che contribusice a tenere l'atmosfera in una tensione emotiva che si lascia dolcemente sciogliere nelle ballate che costellano l'album, e che forse sono il mezzo espressivo ideale per il sound degli Stardog, che danno il loro meglio anche in altre languide composizioni come "Unkind" e "All My Blues". Tra di esse una citazione speciale merita "In The Moon", forse perché dirotta l'immaginario su altri scenari, di ispirazione più rollingstoniana questa volta.
Da ricordare, infine, che l'album è stato registrato live in studio, per trasmettere al meglio la spontaneità e il calore delle emozioni vissute sul momento.
Se questo è l'esordio, ci auguriamo che gli Stardog proseguano la loro carriera conservando e potenziando la padronanza del songwriting e del loro suono che hanno dimostrato in questo lavoro, aggiungendovi magari qualcosa di sempre più personale.
Per contatti: Manuel Lieta

Stefania Montanari


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