Stardog - VENID A VER LA SANGRE POR LAS CALLES!
2004, Progetto Sottosuono

Quando li abbiamo conosciutii, due anni fa, erano immersi in calde atmosfere di derivazione folk-rock, con lo sguardo volto ad esplorare panorami americani che spaziavano dalla piovosa Seattle alle aride terre di confine col Messico. Il tutto, espresso attraverso le canzoni di "Manana You'll See", il loro apprezzabile esordio autoprodotto. Da allora, di strada ne hanno fatta, ma pare che, nel seguire le impronte di Neil Young, Pearl Jam e Mark Lanegan, siano stati irresistibilmente, magneticamente attratti da queste ultime, seguendole fin nell'oscurità più densa, accompagnati anche dall'ombra di Nick Cave. Sembra si siano tolti i jeans e le camicie a quadrettoni, indossato eleganti completi scuri e siano scesi in un locale fumoso a suonare tenendo compagnia agli ultimi tiratardi che non si decidono ad abbandonare il regno della notte per tornare alle loro solite vite.
Queste le immagini che mi compaiono davanti mentre ascolto questo loro nuovo ep. Poi vedo Manuel Lieta, voce e anima degli Stardog, fumare nella luce soffusa delle pagine del piccolo booklet interno: ma allora non ho soltanto sognato! (attento, però, con tutte queste sigarette, ché fanno male!)

Così, già dalla prima traccia, questi cinque eroi decadenti ci avvolgono nel loro noir-rock intriso di struggimento, che sa essere con disinvoltura sia delicato sia violento. "Waiting For The Storm", brano passionale e ricco di sfumature, quelle del nero e del rosso scuro, in cui la tempesta sembra sempre sul punto di arrivare, il cielo è cupo e le nuvole cariche di pioggia si liberano quando l voce, da profonda e suadente, si inasprisce e fa uscire la propria rabbia.
Manuel deve essere anche un buon attore, oltre che un bravo cantante. Ho già sentito parlare di una certa teatralità nei live del gruppo - che però purtroppo non ho ancora avuto il piacere di vedere - ma qui mi riferisco all'interpretazione vocale intensa, variegata e sempre azzeccata, come accade ad esempio anche nel brano che più si fa notare in questo disco: "The Crash". Qui il cantato, folle e concitato, rappresena efficacemente il senso della canzone, una sorta di corsa forsennata verso uno schianto finale, rallentata nei ritornelli come a riprendere fiato per un momento. Ai primi ascolti è stato un brano disturbante ma, per quanto rimanga un po' difficile da digerire, devo riconoscere quanto sia intrigante. E inquietante, aggiungo, mentre sento le grida sul riverbero di chitarre. Ciò che rimane disturbante è la pronuncia inglese sgraziata e non molto verosimile, che però non è tale nelle altre canzoni: che sia un effetto voluto (per non scollarci più di dosso questo brano)?
Nella prossima canzone, "Duende", si cimentano invece con successo con lo spagnolo, nel ritornello seguito da assoli di chitarra sanguigni che danno carattere a questa languida ballata nostalgica che sembra avvolgerci della luce di un tardo tramonto messicano.
Gli echi del passato si fanno più forti in "Hungry Dog", una tirata cavalcata dai toni country-southern-rock e dal testo molto...sexy; un pezzo certamente interessante ma meno originale e personale dei precedenti. Per la conclusiva dolce lovesong "Line" il piano assume il ruolo da protagonista che nel resto del disco è delle chitarre. Anche questo è un brano di stampo più classico rispetto ai primi, ma non meno elevato come contenuto emozionale.
Breve ma intenso, dunque, questo ep degli Stardog, che coi loro cinque brani ci hanno dato un assaggio di come, in questi anni, siano maturati nella cura degli arrangiamenti, nell'inserire sapientemente interessanti particolari e nell'espressione vocale. Pur essendosi spostati in avanti, sono però saggiamente rimasti in una nicchia del mercato musicale ancora poco affollata in Italia. Ora abbiamo l'acquolina in bocca nell'attesa di un loro album vero e proprio.

Stefania Montanari


torna all'elenco
 
collegamento ad un sito sull'artista