Suicide - SUICIDE
1977, Red Stars Records

Dieci anni dopo l’urlo primordiale dei Velvet Underground, la "Sister Ray" dell’era tecnologica si intitola "Frankie Teardrop" e costituisce l’attacco trasversale per eccellenza di questo fenomenale debutto sulla lunga distanza del celeberrimo duo newyorkese. Alan Vega e Martin Rev celebrano la loro unione nella Grande Mela del 1971: la voce malata del primo ed il tappeto analogico delle tastiere del secondo, unite in una formula tanto semplice quanto in apparenza bizzarra, che sposa perfettamente i rispettivi deliri in una generale atmosfera di incubo e angoscia metropolitana, sono ancora così lontani dal comune sentire che i due dovranno aspettare i nuovi venti provenienti dal CBGB’s per porre la propria firma in calce ad un contratto ed approdare finalmente allo studio di registrazione. Essi non rinnegano il passato a favore di una nuova forma di canzone, al contrario, cercano di rimanere fedeli alla tradizionale struttura della rock song puntando però alla completa destrutturazione del classico impianto strumentale chitarra-basso-batteria a favore delle infinite possibilità del synth di Martin: il risultato è una mezz’oretta abbondante di musica "avanti" a tutto il resto che cambierà per sempre le regole del gioco, una formula in seguito applicata all’infinito con risultati, è inutile dirlo, nemmeno lontanamente prossimi all’originale.

"Suicide" esce nel 1977 per la minuscola Red Stars Records (molteplici in seguito le ristampe in tutti i formati) con l’appropriato artwork di Timothy Jackson (la scritta Suicide a tutto campo grondante sangue sovrastata dalla stella rossa logo dell’etichetta) ed è già un pugno nello stomaco -oltre che per tutto ciò che lo ha preceduto- per la nascente scena punk-rock di matrice chitarristica: la sua oscura poetica ed il suo fascino inquietante hanno attraversato tutte le stagioni che sono succedute giungendo sicuramente incorrotti agli albori del nuovo millennio. Si è detto di "Frankie Teardrop", probabilmente il manifesto del gruppo e, ancora più probabilmente, a oltre di vent’anni dalla pubblicazione, fra quanto di più estremista, di più terrificante, di più cupo, di più angosciante sia dato di reperire su un supporto audio. Su una base ossessiva, che ricalca in maniera nevrotica i ritmi alienanti del lavoro di fabbrica e della catena di montaggio, per arrichirsi nel finale dei rumori del traffico e di cacofonie indistinte, la voce di Martin narra, con infinita partecipazione, attraverso sussurri e grida, la storia dell’operaio Frankie che a un certo punto non ce la fa più ed uccide la moglie ed il figlio prima di togliersi la vita. Una potente ed indiscriminata accusa alla società dei consumi ed allo stato di alienazione a cui viene ricondotto l’individuo lanciata in un’epoca in cui, probabilmente, tragici fatti del genere non erano ancora quasi all’ordine del giorno.
Il resto dell’album viaggia perfettamente su canoni più "tradizionali" (mi si perdoni l’eresia, ma se la pietra di paragone è quella di cui si è detto poc’anzi...), in bilico fra atmosfere dolci e perverse ("Cheree"), angosciate elegie ("Che"), potenti rockabilly dell’era elettronica ("Ghost Rider", "Johnny"), saturate nenie futuriste ("Rocket Usa"), psichedelia del nuovo millennio ("Girl"), in un magico equilibrio dove opposti estremi si toccano e convivono in piena armonia.
Una magia che gli stessi Suicide non sono stati in seguito più in grado di ricreare. Un disco ancora oggi di pressante attualità senza il quale -nel bene come nel male- non sarebbe esistita, o comunque non sarebbe stata la stessa, la quasi totalità della musica di matrice elettronica che gli è succeduta.

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 48, settembre 2000


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