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The
Beatles - THE BEATLES Presente in quasi
tutte le valigie partenti per l’agognata isola deserta, in compagnia degli
altri quattro nello scomparto "dischi da portare", il celeberrimo
"White Album" ci viene incontro con tutto il suo carico di simbologie,
di storicità e di attualità, predisponendoci ad un giustificato
timore reverenziale che ne risana e rigenera l’approccio da più
di trent’anni. |
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Probabilmente
tutto e niente, ma se questa è la rivista che deve far emergere
la musica che abbiamo amato nel passato e se artisti misconosciuti (ma
sicuramente validissimi) vi hanno trovato ampia ospitalità, allora
accogliamo con umiltà l’anonima ed essenziale copertina immacolata
ed il suo prezioso contenuto. Il viatico prima di scorrere le canzoni,
è una valutazione del tutto personale: forse in quanto annoiato
dal trito e forzato dualismo attorno ai Beatles e agli Stones e alla conseguente
necessità di schierarsi per forza da una parte o dall’altra (senza
sapere bene dove stare, una precoce inclinazione caratteriale), questo
disco mi ha sempre fatto riflettere sul dualismo intestino fra John e
Paul, sull’urgenza di differenziarsi e nel contempo sulla necessità
di firmare congiuntamente ad oltranza le canzoni, come se si dovesse ribadire
un legame di sangue lasciando la porta aperta affinchè si affermi
comunque in modo perentorio l’identità e la manipolazione musicale
di ciascuno. Discorso a parte per George che impreziosisce l’album con
poche canzoni, fra cui la stupenda "While My Guitar Gently Weeps",
la questione fra i due è ben esemplificata dall’orchestrale "Martha
My Dear", seguita a ruota dalla visionaria "I’m So Tired":
modi diametralmente opposti di concepire la melodia, il suono, di far
affiorare le proprie fonti di ispirazione; modi diametralmente opposti
di costruire il mito della casa comune, la casa dei Beatles. E di distruggerlo.
Entrambi vi convivono e vi sviluppano i propri concetti, firmando a turno
le canzoni attraverso la voce, se possibile ancora più felpata
quella di Paul, eternamente acida, dura e psichedelica all’opposto, quella
di John. Queste spinte centrifughe, lungi dal creare attriti e dissapori
creativi, hanno invece contribuito a produrre uno dei dischi più
diversificati mai apparsi nella storia della musica. Canzoni che sono
animate da idee chiare innovative e che scorazzano su miriadi di territori
e intuizioni differenti: c’è il blues classico ("Why Don’t
We Do It In The Road?"), il country di "Don’t Pass Me By"
(anche se qui è la solita scanzonata melodia obliqua di Ringo).
Poi ci sono le immancabili ballate, con "Blackbird" sopra tutte,
con quel sentore che farà poi la fortuna di James Taylor nello
sviluppo della sua incredibile carriera. Ci sono i primi urti di heavy
metal ("Helter Skelter", dura nella musica come nel testo),
c’è quel pianoforte un po’ honky tonk di "Ob-La-Di, Ob-La-Da";
il germe del rock zeppeliniano, presente nel riff di "Birthday",
il rock and roll (primo amore), l’anima psichedelica (lungo e appassionato
flirt di John) e via discorrendo. Sentendo "Yer Blues" affiora
perfino il seme che genererà i Crazy Horse; echeggia inoltre un
folk quasi ostentatamente classico ("Mother Nature’s Son"),
chissà cos’altro ancora e chissà dove sia possibile etichettare
poi tutte le altre canzoni del disco? di Pier Angelo Cantù,. tratto dalla rivista Late For The Sky |
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