The Beatles - THE BEATLES
1968, 2LP, EMI Apple

Presente in quasi tutte le valigie partenti per l’agognata isola deserta, in compagnia degli altri quattro nello scomparto "dischi da portare", il celeberrimo "White Album" ci viene incontro con tutto il suo carico di simbologie, di storicità e di attualità, predisponendoci ad un giustificato timore reverenziale che ne risana e rigenera l’approccio da più di trent’anni.
Ogni disco dei "fab four" è stato una sorta di evento ed in seguito di culto: pensiamo alla svolta di "Revolver", alla visionarietà di "St. Pepper’s...", vera e propria punteggiatura nella storia della musica. Ma, anche se un po’ defilato e con un approccio meno eclatante (senza dubbio più sofferto) da parte dei ragazzi di Liverpool, il mitico doppio bianco resiste nel tempo e ne conserva tutta la lungimiranza, la freschezza, lasciandoci ancora fra le mani un lavoro che si rivela duraturo, coraggioso, un vero capolavoro. Cosa non si è detto e scritto sui Beatles e su questo disco che dovrà mai essere rivelato così urgentemente?

Probabilmente tutto e niente, ma se questa è la rivista che deve far emergere la musica che abbiamo amato nel passato e se artisti misconosciuti (ma sicuramente validissimi) vi hanno trovato ampia ospitalità, allora accogliamo con umiltà l’anonima ed essenziale copertina immacolata ed il suo prezioso contenuto. Il viatico prima di scorrere le canzoni, è una valutazione del tutto personale: forse in quanto annoiato dal trito e forzato dualismo attorno ai Beatles e agli Stones e alla conseguente necessità di schierarsi per forza da una parte o dall’altra (senza sapere bene dove stare, una precoce inclinazione caratteriale), questo disco mi ha sempre fatto riflettere sul dualismo intestino fra John e Paul, sull’urgenza di differenziarsi e nel contempo sulla necessità di firmare congiuntamente ad oltranza le canzoni, come se si dovesse ribadire un legame di sangue lasciando la porta aperta affinchè si affermi comunque in modo perentorio l’identità e la manipolazione musicale di ciascuno. Discorso a parte per George che impreziosisce l’album con poche canzoni, fra cui la stupenda "While My Guitar Gently Weeps", la questione fra i due è ben esemplificata dall’orchestrale "Martha My Dear", seguita a ruota dalla visionaria "I’m So Tired": modi diametralmente opposti di concepire la melodia, il suono, di far affiorare le proprie fonti di ispirazione; modi diametralmente opposti di costruire il mito della casa comune, la casa dei Beatles. E di distruggerlo. Entrambi vi convivono e vi sviluppano i propri concetti, firmando a turno le canzoni attraverso la voce, se possibile ancora più felpata quella di Paul, eternamente acida, dura e psichedelica all’opposto, quella di John. Queste spinte centrifughe, lungi dal creare attriti e dissapori creativi, hanno invece contribuito a produrre uno dei dischi più diversificati mai apparsi nella storia della musica. Canzoni che sono animate da idee chiare innovative e che scorazzano su miriadi di territori e intuizioni differenti: c’è il blues classico ("Why Don’t We Do It In The Road?"), il country di "Don’t Pass Me By" (anche se qui è la solita scanzonata melodia obliqua di Ringo). Poi ci sono le immancabili ballate, con "Blackbird" sopra tutte, con quel sentore che farà poi la fortuna di James Taylor nello sviluppo della sua incredibile carriera. Ci sono i primi urti di heavy metal ("Helter Skelter", dura nella musica come nel testo), c’è quel pianoforte un po’ honky tonk di "Ob-La-Di, Ob-La-Da"; il germe del rock zeppeliniano, presente nel riff di "Birthday", il rock and roll (primo amore), l’anima psichedelica (lungo e appassionato flirt di John) e via discorrendo. Sentendo "Yer Blues" affiora perfino il seme che genererà i Crazy Horse; echeggia inoltre un folk quasi ostentatamente classico ("Mother Nature’s Son"), chissà cos’altro ancora e chissà dove sia possibile etichettare poi tutte le altre canzoni del disco?
Per concludere potremmo dilettarci in una ulteriore analisi dualistica (sarà più bello il primo o il secondo dei due dischi dell’album?), oppure farci angosciare dall’escatologico incombente quesito (quale sceglierei dei cinque dischi da portare sull’isola se dovessero farmene portare solo uno?). Be’, forse per il fatto che tutta la musica sembra racchiusa qua dentro, potremmo azzardare azzeccando che molti "White Album" sarebbero lì già pronti per imbarcarsi su navi, traghetti o aerei definitivi. Nella versione in CD sarebbero anche molto meno ingombranti.

di Pier Angelo Cantù,. tratto dalla rivista Late For The Sky


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