The Coral - NIGHTFREAK AND THE SONS OF BECKER
Sony, 2004

Al di là del classico e parziale gusto personale, che lascia il tempo che trova, bisogna ammettere che la musica dei Coral è tra le poche in circolazione capace di reincarnare il vero spirito del rock. Quello stesso principio immateriale che, a metà e fine anni ’60, rese il rock "alternativo" svincolandolo, finalmente, da quelle stupide dialettiche che lo volevano soltanto un "genere musicale" per ragazzi senza cervello.
Ed è proprio per questo motivo che al revivalismo - a base di apparenza & rock’n’roll - dei vari Libertines, Strokes e Kings Of Leon, preferisco quello senza immagine e neo-psichedelico di questa giovane formazione britannica. E così, in mancanza di certe attitudini, il sestetto di Hoylake - dopo il recente "Magic & Medicine" del 2003 - giunge in nostro soccorso con questo terzo album che mi fa battere forte il cuore e che mi porta alla mente i Byrds di "Fifth Dimension" (1966), i Count Five di "Psychotic Reaction" (1966), i Beatles di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club" (1967) e tanti altri ancora.

Registrato in presa diretta e nel giro di una settimana appena, "Nightfreak And The Sons Of Becker" è un lavoro intenso, vibrante, ma di breve durata: undici tracce che riempiono il cervello di una strana euforia e che si muovono tra forma canzone, sperimentazione ed effetti shoegazer. Si va dal Funky dilatato e allucinato di "Venom Cable" al psichabilly di "I Forgot My Name" e "Auntie's Operation", che mi fanno saltellare per casa come un emerito imbecille, fino a raggiungere le ballate dalle atmosfere Folkdeliche ("Precious Eyes"), dagli ambienti oscuri ("Keep Me Company") e dai percorsi ipnotici ("Grey Harpoon"). C’è addirittura un interludio che suona come un antifurto d’auto ("Why Does The Sun Come Up?"); passaggi di puro pop ("Sorrow Or The Song"), divagazioni hard ("Migraine") e per finire un brano stile anni ‘50 ("Lover's Paradise"), tutto però all’insegna della psichedelia.
E' il caso di affermare, quindi, che Il revival messo in atto dai Coral è tra i pochi, se non l’unico, in grado di emozionarmi ancora, forse perché racchiude quella stessa essenza di quando negli anni ’80 scoprii una nuova prospettiva di vita, innamorandomi perdutamente della cultura rock. Allora, ben tornata "Flower Power"!



©2004 Luca D'Ambrosio



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