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The
White Birch - STAR IS JUST A SUN
2002, Glitterhouse
Le emozioni più
terse ci arrivano dal nord. Forse è un riflesso dell’aria, forse
è la capacità di stare soli senza provare tristezza ma
piuttosto gioia di ritrovarsi, di viaggiare nei propri sogni come un
navigatore solitario che lascia tutto, anche le parole, anche i volti
e i sentimenti, per concedere la sua anima al mare. "La stella
è solo un sole", come se fosse un aspetto in fondo trascurabile
dell’universo, come se fosse solo un pulviscolo neanche troppo importante
della nostra vita.
Se vi verrà voglia di salire a bordo di questo album scoprirete
dei mondi incantevoli. Mondi pacati, voci che si sentono appena, armonie
dilatate che si insinuano negli angoli desolati della vostra anima e
la rendono ricca. Se vi piacciono i viaggi sonori un po’ cupi, avrete
una infinità di motivi per rallegrarvi, per distendere al sole
e al freddo i vostri pensieri e nutrirvi di dubbi fino a quando non
diventeranno certezze. Non potrete fare a meno di immaginare i profumi
dei fiordi, di annusare il senso di una interiorità non semplice
da raggiungere.
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Avrete
voglia di chiudere gli occhi e potrete farlo senza la paura di riaprirli,
lasciando trascorrere il tempo come lascereste scorrere davanti al vostro
sguardo l’acqua di un ruscello. Lasciarsi trasportare da questi suoni,
che paiono arrivare a noi come echi lontani, è un po’ come camminare
in una foresta avvolta dall’autunno più profondo, quando il rumore
dei passi muore nell’umidità delle foglie e, sopra di voi, fra
i rami desolati, c’è solo un cielo d’argento.
"Star Is Just A Sun" è un passaggio, nel senso di percorso,
che a tratti non rinuncia a parlare linguaggi sonori che già
conosciamo ma che dolcemente chiede anche desiderio di comprensione.
Un piccolo sforzo lo possiamo anche fare, così, per provare a
diradare le nostre abitudini musicali, per provare a vedere cosa si
nasconde oltre le nostre micro visioni, il nostro povero sapere. Se
salirete a bordo di quest’album di vela e di legno non rimarrete certamente
folgorati o rapiti. Semplicemente vi troverete oltre la nebbia e la
linea d’ombra che proteggono la nostra vita di impagabili ascoltatori
e lo scenario che vi aspetta potrebbe sorprendervi. A me è successo
proprio questo. Cinque soli.
Roberto
Anghinoni
Dalla fredda Norvegia ci arrivano le preziose note del terzo disco di
un gruppo che merita sicuramente una maggiore visibilità e che
mostra personalità e carattere, pur riprendendo gli schemi che
hanno fatto la fortuna dei Sigur Ròs e degli ultimi Radiohead,
per giunta senza cercare l’appeal immediato. Giungono, queste note,
con il loro denso carico di immagini cinematografiche: se chiudiamo
gli occhi vediamo nitidamente il grigio cupo del mattino di un’umida
cittadina qualsiasi, dove abitano la cuoca/artista Babette e tutti i
personaggi dei film di Bergman, smarriti di fronte a se stessi, in un
mondo che non riescono più a decifrare. Un po’ come da noi.
Le canzoni esprimono una profondità inusuale e sanno giocare
molto bene con le sonorità sintetiche, dipingendo atmosfere liquide
e rarefatte e passando con naturalezza dal folk britannico medievale
al pop futurista. Ma la bussola è decisamente puntata a Nord,
in un Nord qualsiasi, l’ultimo lembo di terra col mare davanti. Mare
e nebbia, in un orizzonte che si perde all’infinito. Quando, su questi
tappeti liquidi e glaciali, fa capolino la voce di Ola Fløttum
(che durante i quattro anni di gestazione dell’album si è prima
sposato e poi ha divorziato, infine ha venduto il suo appartamento per
comprarsi uno studio di registrazione) sembra davvero di ascoltare i
Sigur Ròs, come nella seconda traccia intitolata, guarda caso,
Breathe; quando gli arpeggi e il pianoforte prendono il sopravvento,
le melodie diventano inni tradizionali, come nell’incombente "Silly
Malone", canzone che contiene il virus dell’inquietudine e che
sembra la colonna sonora per il patibolo di tutte le streghe.
Le atmosfere d’insieme, infatti, farebbero felici gli amanti dei film
favolistici di Tim Burton. Altrove troviamo i Pink Floyd più
sfibrati, come nei passaggi strumentali della splendida "Love Is
So Real" (con tanto di cani che abbaiano in lontananza). Pian piano
il disco assume tonalità più decise: "Beauty King"
vira verso un mood più teutonico, alla Notwist, dove songwriting
e sonorità elettroniche trovano la loro naturale sintesi, e anche
le canzoni diventano più efficaci. Proprio partendo da questo
aggancio mi permetto una piccola considerazione: dato il grande successo
dei Sigur Ròs e dei Radiohead, ma anche dei Notwist, dei Lali
Puna e di tutto l’universo che ruota attorno all’elettronica morbida,
penso che questo disco abbia un potenziale da paura. A tratti, infatti,
è anche meglio degli ultimi lavori prodotti dagli artisti citati.
Ma non so se farà il botto: più che da consumare, "Star
Is Just A Sun" è un disco che va sorseggiato lentamente.
Pier
Angelo Cantù
tratto
da "Doppio Sogno", Late For The Sky n. 61, novembre 2002
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