Tim McGraw - TIM McGRAW AND THE DANCEHALL DOCTORS
2002, Curb Records

Confesso di aver avuto molta paura quando ho visto la copertina di questo ultimo lavoro di Tim McGraw. Volto coperto, barba incolta, camicia ben aperta e medaglione a fare Tarzan tra i peli del torace. Più tamarro di così non si può e la mia paura era quella di trovarmi di fronte a un prodotto di musica tamarra appunto, o taroccata, contaminata dalle più insulse tendenze oggi sul mercato. Per intenderci, un disco alla Faith Hill, sua moglie. Appena inizio a suonare il cd comincio a rilassarmi perché il cd inizia con un rullante un po' militare che mi fa ricordare le bellissime war songs della guerra di secessione e poi subito dopo un bellissimo mandolino ad introdurre uno ad uno tutti gli altri strumenti, tra i quali un bel violino. Il brano in questione, quello che apre appunto il cd, s'intitola "Comfort Me" e purtroppo è uno degli highlights del disco. Il resto della raccolta è piuttosto deludente ma non brutto. Con una pop star in casa è già tanto che Tim si limiti ad un onesto lavoro di Rock melodico a volte un po' bluesy.

Di Country nei dischi di Tim ormai ne troviamo sempre meno, ma è chiara la sua intenzione di voler rimanere attaccato alla tradizione e lo fa inserendo qua e là un po' di violino, di mandolino e degli altri strumenti che generalmente si ascoltano solo nella musica Country. Diciamo che anche stavolta se l'è cavata e che possiamo ancora considerarlo un artista Country anche se si sta facendo difficile per lui non essere spazzato via come è successo a sua moglie. Pare di vedere un triestino attaccato ad un semaforo in un giorno di bora. Prima o poi deve mollare, o cessa il vento. Il disco dicevo, non è brutto, sulla falsariga del suo precedente.
Alcuni brani che meritano una citazione sono "Home", questo sì un bel two-step per i cowboy ballerini. Poi "Red Ragtop", con un bel intro di dobro, che sta viaggiando piuttosto bene in classifica. Sapori piccanti nella bluesy "That's Why God Made Mexico" che ricorda lo stile della raccolta "Rhythm Country and Blues". Non male "Who Are They" che con un intro di armonica ricorda da vicino i maestri dell'Alternative Country. Un po' di Southern-Rock in "Real Good Man" anche se Tim non è Ronnie Van Zandt. L'album si chiude con la discreta "Tiny Dancer" e tutto sommato devo ammettere che questo non è un brutto album. Forse Tim ci aveva abituato troppo bene con "Everywhere" e tutto quello che è seguito ci ha in parte deluso, ma diciamo la verità, è molto difficile riproporre un disco della grandezza di "Everywhere". Non eccelso, ma un disco onesto e carino e soprattutto ancora da considerarsi un disco di musica Americana.

Roberto Campovecchi


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