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Tom Petty -
THE LAST DJ
2002, Warner
Bros
Ho letto recensioni
contrastanti su questo album prima di ascoltarlo. Stento a
capire però l’accanimento con cui alcuni critici hanno distrutto
questopiccolo
gioiello. Dipende senza dubbio dalle prospettive in cui lo si ascolta,
se si ha nelle orecchie la "bella musica" che passano le radio,
è difficile
che si possa capire un disco onesto e diretto come questo. Tom Petty
è un istituzione della musica rock americana e del rock in generale,
tuttavia
questo non autorizza a bollarlo come cotto o quant’altro.
Ho ancora l’eco
della musica dei giorni mitici nelle orecchie, le prime note di "You
Got
Lucky" , "I Won’t Back Down", "American Girls"
o la stupenda "Free Fallin’", stento
a credere che questo disco non sia da annoverare tra i migliori, se
mai
ci fossero dei dischi brutti nella sua discografia. Tom non ha maibuttato
sul mercato discografico un prodotto mediocre e certamente non è
il caso
"Last Dj". Petty non ha mai inseguito la grandeur di suoi
colleghi e contemporanei,
ma è sempre andato dritto per la sua strada, è quasi naturale
quindi
trovarsi di fronte ad un disco come questo "The last DJ".
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Dopo l’ultimo
"Echo", che era una summa della sua carriera, Petty ha accentuato
i suoni
retrò delle sue canzoni, sembra così aver ha accantonato
il suo vibrante
e amato folk rock per un pop elegante (le canzoni per orchestra con
Jon
Brion) che cela nelle sue maglie una forza assoluta, tuttavia non ha
abbandonato
i fidi e sempre superlativi Heartbreakers, che sono senza dubbio dopo
la E-Street Band di Springsteen la migliore backing-band d’america.
"The last
DJ" è quasi un concept-album sulle storture del music business,
diciamo "quasi"
perché non lo è nel senso tradizionale del termine: non
c’è un legame
diretto tra le canzoni, ma una comunanza di temi molto forte sulla situazione
terribile in cui versa la musica dei nostri giorni. E’ questa senza
dubbio una scelta coraggiosissima, dato il fatto che il disco è
distribuito
da una major discografica come la Warner, cioè una di quelle
che hanno
minato il mondo del disco. Una nota di merito andrebbe proprio al coraggio
con cui Petty sfida la Warner su suolo nemico, e devo dire ci riesce
benissimo.
La title-track è un graffiante up-tempo di puro pop-rock, che
apre il disco con toni polemici, dedicata ad un’ideale ultima voce indipendente
("eccolo, l'ultimo DJ/ trasmette quello che gli pare/ e dice quello
che vuole/ arriva la libertà di scelta/ arriva l'ultima voce
umana/arriva
l'ultimo dj"; e ancora: "così mentre celebriamo la
mediocrità/ i ragazzi
al piano di sopra vogliono capire/ quanto pagherai/ per qualcosa che
una
volta era gratuito").
Straordinaria è Money becomes king" in cui tornano temi
già affrontati in canzoni come "Into the great wide open",
ma con una durezza
se possibile ancora maggiore, racconta la storia di un musicista esordiente,
che inizia suonando per piacere e si ritrova inghiottito dal musicbiz.
Uno straordinario effetto melodico è presente nella terza traccia
"Dreamville"
che viene impreziosita dal bellissimo giro di archi che la rende affascinante
nel suo insieme. La quarta traccia "Joe" è un crudo
rock-blues per piano
e chitarra. L’ascolto è affascinante e di grande impatto, si
inseguono
le ballate pop come "Like a diamond", il rock duro "Lost
children", la
canzone folk-rock acustica che sembra venire direttamente dai primi
album "Blue
sunday".
Notevoli sono poi riferimenti a Dylan in "You and me" e "Have
love will
travel", senza dubbio quest’ultima è la perla del disco
contraddistinta dal
suond pulito e essenziale delle origini. La musica pre-rock‘n’roll incrociata
con il pop orchestrale beatlesiano è concentrata in "The
man who loves
women", che sembra essere relegata quasi a breve episodio posto
in essere
per ricordare la musica delle origini.
"The last DJ", così, è un piccolo
concentrato di storia del rock, (ri)letta attraverso il filtro di una
delle migliori penne statutinitensi. Petty, quasi cinquanta minuti di
suoni
sempre inattuali, sempre diversi, sempre piacevoli e mai banali. Dopo
anni
trascorsi a fare la sua musica senza compromessi, è uno dei pochi
che si
può permettere scelte di questo genere senza suonare banale,
derivativo o retorico.
E "The last DJ" è innanzitutto un grande disco: bello,
piacevole e profondo.
Cosa volere di più da un cantante rock?
Da segnalare in un paio di brani
il ritorno del bassista Ron Blair, uno degli Heartbreakers originali.
Mancava
da "Hard Promises" e nelle note lo prendono in giro segnalandolo
come "late
arrival".
Salvatore
Esposito
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