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Vv. - THIS IS WHERE I BELONG: THE SONGS OF RAY DAVIES & THE KINKS Be’ era ora. Era ora, intendo, che in mezzo a tanti tributi più o meno doverosi qualcuno trovasse l’estro e la voglia di omaggiare una delle migliori rock’n’roll band di tutti i tempi, cioè i Kinks di Ray e Dave Davies. Nell’empireo della musica britannica il gruppo gareggiano alla pari con Who, Stones e Beatles; inquadrati al di fuori dell’ambito nazionale il loro valore non decresce di un solo punto. Dischi come "Lola Vs. Powerman & The Moneygoround", "Something else", "Sleepwalker" o "Schoolboys in disgrace" non dovrebbero mancare in nessuna discoteca che si rispetti, e lo stesso discorso vale per il recente cofanetto triplo "The Marble Arch years", un utile box che in tre cd ripercorre i primi, fondamentali passi – "Well respected Kinks", "Kinda Kinks" e "Sunny afternoon" – di una formazione leggendaria, responsabile di alcuni tra i più citati riffs – quelli di "You really got me", "Dedicated follower of fashion" o "All day and all of the night" tra gli altri – del rock di matrice chitarristica e di un consistente repertorio di canzoni senza tempo. Inoltre, pur parzialmente sprovvisto dei riconoscimenti ufficiali che meriterebbe, Ray Davies ha rappresentato e continua a rappresentare un modello di songwriting di rara intelligenza, in grado di sposare al meglio caustica ironia e ambizioni concettuali, virulenti affondi sociali e romantici struggimenti, senso del dettaglio e istintività rock a briglia sciolta.
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simili premesse, possiamo considerare "This is where I belong"
un tributo degno di tanta causa? Sì e no. Personalmente,
resto convinto che i migliori tribute-albums che siano stati realizzati
celebrando artisti relativamente poco noti, la cui oscurità ha
magari permesso agli officianti di provare meno imbarazzo nell’appropriarsi
di brani altrui. Si tratta delle occasioni in cui si è saggiamente
travisato il materiale originale, talvolta eguagliandolo o addirittura
scavalcandolo di prepotenza. Ma nel caso di mostri sacri quali i Beatles
("I am Sam"), il sommo Springsteen di "Nebraska"
(Badlands), Cohen ("I’m your fan" e "Tower of song")
o gli stessi Kinks… cos’altro si può aggiungere all’icastica
perfezione di determinati pezzi? La loro fetta di eternità se
la sono già guadagnata, riproporli pedissequamente non ha senso,
eppure, al tempo stesso, stravolgerli non è impegno da poco. Gianfranco Callieri
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