Aa. Vv. - THIS IS WHERE I BELONG: THE SONGS OF RAY DAVIES & THE KINKS
2002, Praxis/Rykodisc

Be’ era ora. Era ora, intendo, che in mezzo a tanti tributi più o meno doverosi qualcuno trovasse l’estro e la voglia di omaggiare una delle migliori rock’n’roll band di tutti i tempi, cioè i Kinks di Ray e Dave Davies. Nell’empireo della musica britannica il gruppo gareggiano alla pari con Who, Stones e Beatles; inquadrati al di fuori dell’ambito nazionale il loro valore non decresce di un solo punto. Dischi come "Lola Vs. Powerman & The Moneygoround", "Something else", "Sleepwalker" o "Schoolboys in disgrace" non dovrebbero mancare in nessuna discoteca che si rispetti, e lo stesso discorso vale per il recente cofanetto triplo "The Marble Arch years", un utile box che in tre cd ripercorre i primi, fondamentali passi – "Well respected Kinks", "Kinda Kinks" e "Sunny afternoon" – di una formazione leggendaria, responsabile di alcuni tra i più citati riffs – quelli di "You really got me", "Dedicated follower of fashion" o "All day and all of the night" tra gli altri – del rock di matrice chitarristica e di un consistente repertorio di canzoni senza tempo. Inoltre, pur parzialmente sprovvisto dei riconoscimenti ufficiali che meriterebbe, Ray Davies ha rappresentato e continua a rappresentare un modello di songwriting di rara intelligenza, in grado di sposare al meglio caustica ironia e ambizioni concettuali, virulenti affondi sociali e romantici struggimenti, senso del dettaglio e istintività rock a briglia sciolta.

Date simili premesse, possiamo considerare "This is where I belong" un tributo degno di tanta causa? Sì e no. Personalmente, resto convinto che i migliori tribute-albums che siano stati realizzati celebrando artisti relativamente poco noti, la cui oscurità ha magari permesso agli officianti di provare meno imbarazzo nell’appropriarsi di brani altrui. Si tratta delle occasioni in cui si è saggiamente travisato il materiale originale, talvolta eguagliandolo o addirittura scavalcandolo di prepotenza. Ma nel caso di mostri sacri quali i Beatles ("I am Sam"), il sommo Springsteen di "Nebraska" (Badlands), Cohen ("I’m your fan" e "Tower of song") o gli stessi Kinks… cos’altro si può aggiungere all’icastica perfezione di determinati pezzi? La loro fetta di eternità se la sono già guadagnata, riproporli pedissequamente non ha senso, eppure, al tempo stesso, stravolgerli non è impegno da poco.
In questo caso, ad accollarsi l’onere sono una strepitosa Bebel Gilberto, che riveste di felpata bossanova "No return", i rocciosi Queens Of The Stone Age impegnati nell’estremizzare a colpi di punk’n’roll "Who’ll be the next in line", le randellate hard dei devoti Fastball in una convulsa "‘Till the end of the day", il dolcissimo Ron Sexsmith della title-track e Steve Forbert, impeccabile quando propone una "Starstruck" di malinconico intimismo. Non sembrano a proprio agio gruppi altrove grandissimi: se la maniera dei Lambchop ("Art lover") non scende comunque sotto la sufficienza, proprio non me la sento di promuovere il rockaccio scalcinato dei Cracker ("Victoria") o gli inutili svolazzi "arty" degli Yo La Tengo ("Fancy"). Se non manca neppure chi si limita a proporre un fedele calco del proprio stile, e va detto che in fondo le sgangheratezze acustiche di Johnatan Richman ("Stop your sobbing"), l’artiglieria rock dei Fountains Of Wayne ("Better things") o la psichedelia tardo-sixties di Matthew Sweet ("Big sky") non dispiacciono affatto, deludono invece su tutta la linea i Minus 5 di "Get back in line", la "Picture book" in chiave hardcore-country di Bill Lloyd & Tommy Womack e un Josh Rouse ("A well respected man") in evidente crisi d’ispirazione.
A proposito di Tim O’Brien: chi è costui e come può essergli venuto in mente di confrontarsi con una pietra miliare del calibro di "Muswell hillbilly" senza un minimo di pudore? Mah. Nonostante si tratti di un progetto supervisionato e approvato dallo stesso Ray Davies, che duetta con Damon Albarn dei Blur in una versione live di "Waterloo sunset" davvero troppo esigua, "This is where I belong" non è quindi un disco pienamente riuscito. Potrebbe però rivelarsi corresponsabile di una "controindicazione" di rara piacevolezza: l’irrefrenabile impulso a rispolverare gli originali.

Gianfranco Callieri


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