Tom Waits - BLOOD MONEY - ALICE
2002 Anti, 2CD

L’interrogativo iniziale riguarda il fatto se sia possibile parlare di un corpus unico oppure se i due dischi, usciti in contemporanea e venduti separatamente, siano a tutti gli effetti due produzioni a sé. La risposta non può essere la semplicistica disamina della diversa genesi progettuale (che ha comunque avuto come sbocco in entrambi i casi un lavoro teatrale di Bob Wilson, con il quale Tom aveva già collaborato ai tempi di "The Black Rider") e nemmeno il fatto che le canzoni siano nate a distanza di circa otto anni. La differente collocazione temporale della loro stesura è elemento ininfluente, dato che la variegata produzione artistica del cantautore di Pomona, si è sempre caratterizzata come non databile, riconoscibile semmai nei suoi periodi, ma in continuo dialogo evolutivo (prendete infatti una canzone come "Coney Island Baby", tra l’altro curiosa omonimia di louridiana memoria, e ditemi se non possa benissimo appartenere a un album come "Franks Wild Years", accanto a quella splendida "Innocent When You Dream" che faceva da sottofondo allo struggente racconto di Natale di Harvey Keitel nel film "Smoke").
Non è però una domanda inutile se quello che vogliamo è addentrarci nella imprescindibile serialità che da sempre è la vita artistica (e quella personale) di questo genio, compresi i lunghi silenzi e le infatuazioni per tutte quelle attività che con la musica hanno poco a che vedere. Al di là del fatto di poter gustare la bellezza unica delle canzoni in sé, resta infatti l’interesse per le tortuose manifestazioni interiori di un personaggio che è comunque cresciuto nel tempo, scivolando con naturalezza dalle trasgressioni del Tropicana Motel alle serenità della vita familiare, senza perdere un grammo della profondità dei propri valori, senza nemmeno rinnegare i cliché del proprio passato e soprattutto senza gettare al vento un idealismo visionario diventato sempre più elemento di coagulo per spinte artistiche al di fuori di qualsiasi canone già percorso. Perciò a noi interessa prendere in esame i suoi lavori uno per uno e guardarci dentro, come si guarderebbe in un caleidoscopio, per scoprirne immagini meravigliose e trovare eventuali punti di contatto, il primo dei quali è riconoscere che si tratta di un doppio regalo giunto dopo una lunga attesa ("Mule Variation" era uscito ormai tre anni fa).

La produzione più recente è racchiusa in "Blood Money", album che mette insieme le canzoni concepite, all’indomani dell’uscita di "Mule Variation", per Woyzeck, lavoro teatrale in cui Wilson portava in scena il dramma ottocentesco di George Buchner incentrato sull’utilizzo del soldato come cavia per esperimenti medici. Non potevano che nascere canzoni profondamente cupe e rabbiose, dove l’amore stesso viene cantato caricando di significati parodistici gli elementi formali, attenuandone così gli effetti romantici, presentandoci un mondo dove trionfano gli assassini, i ladri e gli avvocati, dove Dio è distratto da un viaggio d’affari e dove è l’inferno ad essere l’unico approdo possibile per chi, nella vita, ha seminato onestà e giustizia. Le soluzioni sonore e l’incedere della scrittura vengono rafforzate da Waits attraverso un impercettibile ma costante posizionamento del proprio sogwriting molto indietro nel tempo (già comunque parte delle sue corde). Vengono attenuati gli elementi del blues e quindi oscurate le chitarre, a vantaggio del caratteristico andamento a marcetta tipico di autori teatrali come Kurt Weill e Bertold Brecht (emblematica nella fattispecie "God’s Away On Business"), portando sotto i riflettori strumenti da banda paesana dell’est quali clarinetti, trombe, tromboni e violini, in uno stile che si posiziona a metà fra le intransigenti rumorosità di "Bone Machine" e le intuizioni sotterranee di "Swordfishtrombones". Un lavoro che recupera elementi figurativi della cultura europea, che potrebbe benissimo commentare immagini di film di Kusturicka o di Fellini, lasciando in secondo piano la tradizione americana e i suoi agganci nel blues, che era stata riportata invece in auge in "Mule Variation". L’alchimia fra gli strumenti utilizzati, la struttura del songwriting, le forti componenti percussive e soprattutto l’utilizzo sempre più catramoso della voce, sono gli elementi di raccordo con l’altro dei due dischi, "Alice", fatto di canzoni composte circa una decina di anni fa per uno spettacolo di Wilson ispirato alla piccola musa di Lewis Carrol (l’inquietante Alice Liddell) e finalmente incise, forse in un impeto di consapevolezza circa la volatilità della componente creativa che ha fatto dire allo stesso Waits, che "le canzoni sono come farfalle che vanno acchiappate al volo prima che svolazzino sopra la testa di qualcun altro". Ma qui è l’atmosfera complessiva a cambiare, in un’accettazione quasi passiva dell’ineluttabilità del fallimento, della perdita dei sogni e di una più rassegnata tristezza. "Alice" è uno straordinario affresco del tormento interiore, scandagliato con un occhio languido e uno distaccato, quasi da cronista appena partecipe e adagiato su canzoni malinconiche piene di soluzioni ancestrali che sembrano appartenere a tutte le latitudini storiche e geografiche del cammino dell’uomo. Emblematiche quindi le soluzioni sonore scelte: a rappresentare questo universo emotivo a tratti dilaniato e a tratti onirico appaiono le strutture più sobrie del songwriting di Tom Waits, come le morbidezze di un jazz da locale fumoso; ma sono soprattutto gli strambi strumenti a lui cari (spesso inventati su due piedi), a conferire i dettagli capaci di escogitare o scovare quei frammenti onomatopeici che potremmo definire i suoni della vita quotidiana. Per concludere, ricordiamo che in entrambi i dischi c’è la mano dell’adorata moglie Kathleen Brennan, elemento salvifico per Tom dai suoi demoni, e come di consueto co-autrice di quasi tutti i brani. Non c’è un disco migliore di quell’altro: come tutti i lavori di questo genio, vanno amati per quello che sono, impenetrabili e incomprensibili, teneri e dolci, come le emozioni che essi stessi ci restituiscono. Due lavori comunque assolutamente straordinari.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 58, maggio 2002


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