Tom Waits - RAIN DOGS
1985, Island

"Piovono Pietre" era lo stupendo titolo di una delicatissima storia di Ken Loach, l’unico regista che è riuscito a farmi piangere tenendomi rabbiosamente inchiodato sui titoli di coda di un film ( per eventuali agiografi, "Terra e Libertà", marzo 1996). In sintonia con i futuri personaggi perdenti di Loach e con la sua asciutta calligrafia, Tom Waits fa calare la sua pioggia di cani fra le rovine delle sue influenze e dei suoi tortuosissimi percorsi musicali, nel centro del mondo che da sempre ha scelto di rappresentare. Dopo oltre un decennio di attività, dopo aver morsicato differenti stili formali alla ricerca di un personale processo compositivo e di seguito al destabilizzante "Swordfishtrombones" Tom, in odore di genio, regala al suo affezionato pubblico un lavoro eclettico, a mio avviso fin troppo creativo, infarcito da una sfilza di canzoni che diventeranno in seguito veri e propri classici. E’ un disco innovativo e struggente: soliti racconti della solita anima lacerata che però ama la vita con una sconfinata passione e che trova le corde più toccanti per affermarlo in modo inequivocabile.

Dal punto di vista strettamente musicale è un lavoro che lo impegna moltissimo; la vena è ispirata, forse guidata da una vita affettiva divenuta più stabile (l’importante matrimonio con Kathleen Brennan, sua collaboratrice, la nascita di un figlio). Le idee sono chiare: tutto converge e si filtra in un blues incalzante, con un occhio di riguardo sia per la tradizione che per i differenti approcci già percorsi da artisti d’animo affine. Di suo Tom ci mette la poesia e il genio e fin dalle prime note del disco ne siamo risucchiati: "Singapore" trasuda di Weill e delle sonorità del disco precedente (cinematograficamente è molto Fellini e Kusturicka). Le atmosfere cupe proseguono in "Clap Hands" e nella teatrale magica "Cemetery Polka", poi appaiono registri più tradizionali che lambiscono country, blues e r. & b. in un impasto più complesso (in "Jockey Full Of Bourbon" si sente la musica che influenzerà più avanti i migliori Los Lobos). Tutto viene passato attraverso il personale prisma di Waits e scomposto dalla visionarietà e dalla sensibilità del musicista di Pomona. Il culmine emotivo è toccato da "Tango Till They’re Shore", dalla commovente "Time" e dall’immortale "Downtown Train". Ma è solo per ricordare i titoli più famosi, perché in realtà è di tutto il disco che, una volta avvicinato e amato, non si può proprio fare a meno.

Pier Angelo Cantù


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